Nell’economia rurale della Lunigiana, la lana era una risorsa fondamentale, utilizzata per la produzione di abiti, coperte e tessuti indispensabili alla vita quotidiana. La filiera della lana, basata su processi tramandati per generazioni, si integrava perfettamente con il ritmo della vita agricola e pastorale della regione.
- 1La tosatura: La lavorazione della lana iniziava in primavera, quando le pecore venivano tosate. Questo lavoro era affidato agli uomini del villaggio, che utilizzavano forbici speciali. La Lunigiana, con le sue colline e pascoli montani, era ideale per l’allevamento di pecore come le Massesi, razza autoctona della zona, rinomata per la qualità della lana e la zerasca, tipica delle Valli di Zeri.
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La lavatura: Dopo la tosatura, la lana veniva lavata nei torrenti della Lunigiana, approfittando delle acque fresche e abbondanti. Questo processo permetteva di eliminare il grasso naturale (lanolina) e le impurità.
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La cardatura: Una volta asciutta, la lana veniva cardata, un’operazione eseguita manualmente o con appositi strumenti di legno e ferro dotati di denti. Questo passaggio serviva per districare le fibre e renderle pronte per la filatura.
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La filatura: Le donne si occupavano della filatura, utilizzando fusi e filatoi a mano. I gesti sapienti delle filatrici trasformavano i fiocchi di lana in filati regolari e resistenti, pronti per la tessitura o il confezionamento di abiti.
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La tintura:I filati venivano spesso tinti utilizzando pigmenti naturali ricavati da piante, radici e cortecce disponibili localmente, come il guado per le tonalità di blu o la robbia per il rosso.
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La tessitura: Con telai artigianali, le donne del borgo realizzavano tessuti grezzi, spesso usati per confezionare mantelli, coperte, sacchi e altri oggetti d’uso quotidiano.
La lana come risorsa comunitaria
La lavorazione della lana non era solo un’attività economica, ma un momento di collaborazione comunitaria. Ogni famiglia contribuiva con le proprie pecore e il proprio lavoro, scambiandosi conoscenze e competenze.
Nell’ultimo decennio in Lunigiana si è registrato un ritorno alla pastorizia soprattutto da parte delle donne; con loro si è ripresa anche la lavorazione della lana, recuperando antichi saperi e valorizzando le razze locali.
Alcuni esempi nel 2025 sono: az. ag. La Nera di Mariotti Cristina con la pecora massese, Cinzia Angiolini con la pecora zerasca, Federica Figone con la pecora autoctona della Val di Vara.
A testimonianza di una tradizione secolare che ancora resiste, Giancarlo Boschetti è oggi l’ultimo pastore transumante della Lunigiana. Con le sue 250 pecore massesi continua a praticare l’antico rito della transumanza, legando i cicli della natura a quelli dell’uomo.

La razza "massese" con il pastore transumante Giancarlo Boschetti

La razza "zerasca" dell'Az.Montagna Verde di Apella
Curiosità
I pastori della Lunigiana, spesso transumanti, seguivano le loro greggi dalle montagne agli uliveti e ai pascoli più miti delle valli in inverno, I pastori cucinavano latte, formaggi e carne di agnello nei testi in ghisa che portavano con sé: dischi pesanti di ghisa, chiamati “soprano” e “sottano”, posati direttamente sulla brace per cuocere i cibi lentamente, secondo una tradizione antica quanto il pascolo.
I tessuti più robusti. I contadini della Lunigiana usavano tessuti misti – come lana e canapa – per confezionare abiti resistenti e funzionali. I capi in “mezza lana”, più leggeri, erano adatti al lavoro quotidiano, mentre i tabarri in lana grezza proteggevano dal freddo e dalla pioggia durante i lunghi inverni e la transumanza.
La manifestazione annuale “Mestieri nel Borgo” a Ponticello offre una rievocazione delle attività delle antiche comunità rurali lunigianesi, con rappresentazioni di mestieri tradizionali e l’utilizzo di attrezzi d’epoca.





